Perché alcune persone coprono sempre la fotocamera del cellulare, secondo la psicologia?

Hai presente quel tuo collega che ha sempre un pezzettino di nastro adesivo nero sulla webcam del laptop? O quella tua amica che ha comprato una cover per lo smartphone con tanto di sportellino scorrevole sulla fotocamera frontale? Scommetto che almeno una volta hai pensato “Ma che esagerato, chi vuoi che ti stia a spiare?”. Beh, preparati a rivedere le tue certezze, perché dietro quel gesto apparentemente paranoico si nasconde un mix affascinante di consapevolezza digitale, psicologia della privacy e meccanismi di protezione mentale che hanno senso più di quanto immagini.

E prima che tu possa pensare “Ah ecco, un altro articolo sui complottisti”, lascia che ti dica una cosa: persino Mark Zuckerberg, sì proprio lui, il signore che ha costruito un impero miliardario sulla condivisione ossessiva delle nostre vite private, è stato immortalato nel 2016 in una foto dove si vedeva chiaramente che webcam e microfono del suo MacBook erano coperti con del nastro adesivo. L’immagine è diventata virale e ha fatto il giro del mondo. Se uno che letteralmente vive di dati personali altrui si protegge in questo modo, forse qualcosa da capire c’è, no?

Non È Paranoia Se Qualcuno Ti Sta Davvero Guardando

Prima di tuffarci nella psicologia del gesto, facciamo un passo indietro e rispondiamo alla domanda da un milione di dollari: ma è davvero possibile che qualcuno ci spii attraverso la fotocamera del telefono o del computer? Spoiler: sì, assolutamente sì.

Gli esperti di sicurezza informatica lo confermano da anni: esistono malware specifici progettati per attivare da remoto la fotocamera del tuo dispositivo senza che tu te ne accorga. Non stiamo parlando di roba da film hollywoodiani o di hacker incappucciati che digitano codici verdi su sfondo nero. Stiamo parlando di software molto concreti, alcuni dei quali sono stati documentati da organizzazioni serie come il Citizen Lab dell’Università di Toronto e da Amnesty International Security Lab, soprattutto quando hanno analizzato il famigerato spyware Pegasus tra il 2021 e il 2022.

La Electronic Frontier Foundation, che è praticamente la Bibbia quando si parla di diritti digitali e privacy online, ha pubblicato ripetutamente nei suoi materiali di autodifesa digitale consigli che includono misure fisiche per proteggere webcam e microfoni. Non come prima linea di difesa, ovvio, ma come parte di quella che chiamano “igiene digitale”: piccole abitudini quotidiane tipo aggiornare regolarmente i software, usare password robuste, attivare l’autenticazione a due fattori e, sì, anche coprire quella maledetta fotocamera.

Quindi no, non è follia pura. È una risposta ragionevole a un rischio reale. Ma ecco il punto interessante: anche se è una misura sensata e consigliata dagli addetti ai lavori, non tutti la adottano. Anzi, probabilmente la maggior parte delle persone non ci ha nemmeno mai pensato. E qui entra in gioco la psicologia: cosa distingue chi copre la fotocamera da chi non lo fa? Quali ingranaggi mentali si attivano dietro questa scelta?

Il Profilo Psicologico di Chi Copre la Fotocamera

Allora, prima di andare avanti devo essere onesto con te: non esistono studi scientifici specifici che abbiano preso un gruppo di persone con l’adesivo sulla webcam e abbiano detto “Ecco, queste sono le loro caratteristiche di personalità”. Sarebbe figo, ma non è così. Quello che possiamo fare, però, è guardare a ricerche solidissime su temi super correlati: come percepiamo i rischi, quanto ci preoccupiamo della nostra privacy, quanto abbiamo bisogno di sentirci in controllo e, in alcuni casi, quanto siamo ipervigilanti verso possibili minacce.

Le persone che coprono la fotocamera tendono a mostrare quella che i ricercatori chiamano maggiore consapevolezza del rischio. Non sono necessariamente più ansiose del tuo vicino di casa che non si è mai posto il problema, semplicemente hanno sviluppato una sensibilità particolare verso le potenziali fregature dell’ambiente digitale. Studi sulla sicurezza online mostrano che chi percepisce meglio i rischi di privacy tende ad adottare più contromisure: password complesse, impostazioni privacy più restrittive, app di autenticazione. Insomma, coprire la fotocamera rientra in questo pacchetto di comportamenti protettivi.

È un po’ come la cintura di sicurezza in auto: chi la mette non è per forza un fifone che ha paura di morire ogni volta che accende il motore. Semplicemente riconosce che esiste un rischio statistico e decide di prendere una precauzione che costa letteralmente zero fatica. Lo psicologo Paul Slovic, che ha dedicato la carriera allo studio della percezione del rischio, ci ha mostrato che la nostra valutazione dei pericoli non è solo questione di ansia di base, ma viene modulata da informazione, esperienza e contesto culturale.

La Privacy Come Confine Sacro

Un altro tassello fondamentale è quello che in gergo tecnico si chiama privacy concern, ovvero quanto ci preoccupiamo della nostra privacy online. E qui c’è un mondo di differenze individuali. Alcuni di noi sono perfettamente felici di condividere ogni singolo dettaglio della giornata su Instagram, pubblicare la foto del pranzo, del gatto, della faccia appena sveglia. Altri invece usano pseudonimi ovunque, hanno VPN attive, gestiscono password diverse per ogni servizio e, indovina un po’, coprono le fotocamere.

La ricerca scientifica su questo tema è vastissima. Negli anni Novanta, Smith, Milberg e Burke hanno introdotto il concetto di preoccupazione per la privacy informativa, e da allora centinaia di studi hanno confermato che esistono enormi differenze nel modo in cui gestiamo i nostri dati personali. Non si tratta per forza di avere qualcosa da nascondere, come dicono quelli che non capiscono una mazza. Si tratta di mantenere un confine chiaro tra sé e il mondo digitale, di sentire che esiste ancora uno spazio personale che non è accessibile a tutti.

Chi copre la fotocamera sente questo confine in modo molto fisico, quasi tattile. La camera è letteralmente un occhio: può vedere la tua camera da letto, il tuo viso appena sveglio, i momenti in cui sei vulnerabile. Coprirla è come tirare le tende della finestra di casa: un gesto di protezione dello spazio intimo che nella psicologia ambientale viene studiato da decenni. Lo psicologo Irwin Altman, già negli anni Settanta, parlava di come regoliamo i confini tra spazio personale e spazio pubblico attraverso gesti fisici: chiudere porte, abbassare tapparelle, creare barriere. Coprire la fotocamera è semplicemente la versione digitale di questo bisogno umano universale.

Il Bisogno di Controllo e il Locus Interno

Ora ti parlo di un concetto che forse hai già sentito nominare: il locus of control. È un’idea sviluppata negli anni Sessanta dallo psicologo Julian Rotter e fondamentalmente divide il mondo in due categorie di persone. Ci sono quelli con un locus of control interno, che credono di poter influenzare attivamente quello che gli succede attraverso le proprie azioni. E poi ci sono quelli con un locus esterno, che tendono a vedere gli eventi come determinati da fattori fuori dal loro controllo: fortuna, destino, altre persone, algoritmi misteriosi.

Chi copre la fotocamera, molto probabilmente, ha sviluppato un locus of control più interno rispetto alla propria sicurezza digitale. Invece di pensare “Vabbè, se deve succedere succederà” oppure “Tanto contro gli hacker non posso farci nulla”, adotta una strategia concreta. È un modo per dire: “Questo pezzetto della mia vita digitale lo controllo io, e costruisco una barriera fisica che nessun software malevolo può aggirare”.

E attenzione: il bisogno di controllo non è negativo. La letteratura sul coping e sulla gestione dello stress ci dice che le strategie attive e focalizzate sul problema sono generalmente più sane rispetto alla pura evitazione passiva. Diventa problematico solo quando si trasforma in ossessione, quando limita la vita quotidiana o quando si accompagna a rituali sempre più complessi e disfunzionali.

Quando la Prudenza Diventa Ipervigilanza

Okay, ora tocchiamo un punto delicato. Esiste un confine oltre il quale la sana attenzione alla sicurezza può diventare qualcosa di più complesso. Si chiama ipervigilanza ed è uno stato di allerta costante e aumentata verso potenziali minacce. È spesso associato a disturbi d’ansia e al disturbo post-traumatico da stress, ed è descritto nel manuale diagnostico DSM-5 come uno dei sintomi principali del PTSD.

Se coprire la fotocamera è solo una delle tue piccole abitudini di sicurezza, se lo fai senza pensarci troppo e puoi anche decidere di scoprirla quando serve senza sentirti male, allora siamo nel territorio della prudenza sana. Ma se invece questo gesto è uno dei tanti comportamenti protettivi rigidi che metti in atto, se il timore di essere osservato pervade ogni aspetto della tua vita digitale e ti provoca ansia invalidante, allora potremmo essere nel territorio dei cosiddetti safety behaviors disfunzionali.

Coprire la webcam è paranoia o buon senso?
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Atto di buon senso
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Mai pensato davvero

I safety behaviors sono quei comportamenti che mettiamo in atto per proteggerci da una minaccia percepita e per ridurre l’ansia. Nel breve termine funzionano alla grande: copro la camera, mi sento più al sicuro, l’ansia scende. Ma nel lungo termine, se diventano eccessivi, possono mantenere e rafforzare l’ansia stessa. Te lo spiega benissimo la letteratura sulla terapia cognitivo-comportamentale: comportamenti protettivi eccessivi impediscono di verificare quanto la minaccia sia realmente probabile e pericolosa.

La differenza fondamentale sta nella flessibilità. Una persona che copre la fotocamera per prudenza può anche scoprirla quando necessario, magari per una videochiamata importante, senza provare disagio eccessivo. Chi invece manifesta ipervigilanza potrebbe sentirsi estremamente a disagio anche solo all’idea di lasciare scoperta la camera, anche in contesti relativamente sicuri.

Il Peso delle Esperienze Passate

C’è un altro elemento cruciale da considerare: la storia personale. Chi ha vissuto esperienze traumatiche di violazione della privacy sviluppa comprensibilmente una maggiore attenzione verso tutti i possibili punti di vulnerabilità. Stiamo parlando di cyberbullismo, furto d’identità, diffusione non consensuale di immagini intime, stalking online. Tutte cose che non sono affatto rare e che lasciano cicatrici profonde.

La ricerca sul trauma interpersonale e sul cyberstalking mostra chiaramente che esperienze di questo tipo aumentano sia l’ansia sia l’adozione di strategie protettive. E in questi casi, coprire la fotocamera non è paranoia: è una risposta perfettamente adattiva a un pericolo che si è già materializzato. È un modo per riprendere controllo su uno spazio che è stato violato. Giudicare questo comportamento come esagerato significa ignorare completamente il vissuto della persona e la legittimità del suo bisogno di sicurezza.

Le donne, in particolare, sono statisticamente più a rischio di forme di violenza digitale basate sulle immagini. La diffusione non consensuale di immagini intime colpisce in maggioranza le donne. Studi internazionali lo confermano ripetutamente. Questo rende assolutamente plausibile che molte donne adottino misure protettive più stringenti legate alla propria immagine, anche se servirebbero ancora ricerche specifiche per quantificare con precisione queste differenze di genere.

Il Continuum tra Prudenza e Ansia

Come per tantissimi comportamenti umani, qui non esiste una linea netta tra normale e patologico. Esiste invece un continuum, una scala che va dalla totale noncuranza all’ansia clinicamente significativa, con mille sfumature nel mezzo. I modelli più moderni dei disturbi d’ansia, così come le linee guida internazionali, ragionano proprio in questi termini dimensionali.

Quello che conta davvero, e qui lo dicono chiaro e tondo le linee guida cliniche sulla gestione dei disturbi d’ansia, è l’impatto sulla qualità della vita. Un comportamento diventa problematico quando compromette in modo significativo il funzionamento sociale, lavorativo o altre aree importanti dell’esistenza.

Coprire la fotocamera richiede letteralmente cinque secondi e zero sforzo. Se questo gesto semplicissimo ti fa sentire più tranquillo e non limita in alcun modo le tue attività quotidiane, allora è un comportamento perfettamente sano. Diverso sarebbe se il timore di essere spiato ti portasse a evitare completamente videochiamate di lavoro importanti, a rinunciare a connessioni sociali significative o a sviluppare rituali di controllo sempre più complessi. In quel caso, una chiacchierata con un professionista della salute mentale potrebbe essere davvero utile.

Cosa Ci Dice Tutto Questo sulla Nostra Società Digitale

Al di là dei profili psicologici individuali, questo comportamento ci racconta qualcosa di profondo sulla società iper-connessa in cui viviamo. La tecnologia è talmente integrata nelle nostre vite che i confini tra pubblico e privato, tra online e offline, sono diventati praticamente invisibili. David Lyon, uno dei più importanti studiosi della surveillance society, ha passato decenni a documentare come la percezione di essere costantemente osservabili influenzi il nostro comportamento quotidiano.

I nostri dispositivi ci seguono letteralmente ovunque: in camera da letto, in bagno, durante conversazioni intime, nei momenti di vulnerabilità. Hanno accesso costante alla nostra immagine, alla nostra voce, alla nostra posizione GPS. Questa pervasività tecnologica genera naturalmente un bisogno di riappropriarsi di spazi di privacy, anche attraverso gesti simbolici ma concreti come coprire una fotocamera.

È interessante notare come questo comportamento sembri essersi diffuso di pari passo con la crescente consapevolezza sui temi della sorveglianza digitale. Scandali come quello di Cambridge Analytica, emerso tra il 2017 e il 2018 con l’uso illecito dei dati di milioni di utenti Facebook per profilazione politica, o le rivelazioni di Edward Snowden del 2013 sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, hanno contribuito a svegliare il pubblico sui rischi legati alla raccolta indiscriminata di dati personali.

Il Paradosso della Privacy che Viviamo Ogni Giorno

Molti ricercatori parlano del cosiddetto paradosso della privacy: diciamo tutti di tenere tantissimo alla nostra privacy, ma poi condividiamo quantità enormi di dati personali in cambio di piccoli benefici come comodità o servizi gratuiti. È un fenomeno studiato e documentato da diversi studi, e ci mostra quanto sia complesso il nostro rapporto con la tecnologia.

Chi copre la fotocamera sta forse provando a gestire questo paradosso, almeno in parte. È come dire: “Okay, so che il mio smartphone raccoglie mille dati su di me, ma almeno su questo punto specifico, sulla mia immagine fisica in tempo reale, voglio mantenere un controllo diretto e tangibile”.

È un gesto piccolo, quasi simbolico, ma psicologicamente molto potente. Rappresenta un’affermazione di autonomia in un contesto in cui spesso ci sentiamo impotenti di fronte a corporation tecnologiche gigantesche e ai loro sistemi di raccolta dati sempre più sofisticati.

La Domanda Giusta Non È Chi Copre, Ma Chi Non Lo Fa

La cosa più importante da capire è che coprire la fotocamera è un comportamento assolutamente normale. Non è un sintomo di disturbo mentale, non indica automaticamente tratti di personalità problematici e non dovrebbe essere oggetto di prese in giro. È una misura di sicurezza di base consigliata da professionisti della cybersecurity e da organizzazioni per i diritti digitali nelle loro guide di autodifesa digitale.

Certo, può essere associato a caratteristiche psicologiche specifiche: maggiore sensibilità alla privacy, consapevolezza del rischio, bisogno di controllo, e in alcuni casi ipervigilanza. Ma tutte queste caratteristiche esistono su uno spettro e non sono intrinsecamente negative.

Forse la domanda più interessante non è “perché alcune persone coprono la fotocamera?”, ma piuttosto “perché così tante persone NON lo fanno, nonostante i rischi documentati?”. La risposta probabilmente ha a che fare con meccanismi di sottovalutazione dei rischi astratti, con quello che lo psicologo Neil Weinstein ha chiamato ottimismo irrealistico, quel fenomeno per cui pensiamo sempre “a me non succederà mai”, soprattutto quando la minaccia non è immediatamente visibile o tangibile.

Quel piccolo pezzo di nastro adesivo sulla fotocamera racconta una storia di consapevolezza, di bisogno legittimo di controllo, di protezione dello spazio intimo. Racconta di come navighiamo psicologicamente in un mondo digitale sempre più invasivo, cercando di mantenere piccole isole di privacy in un oceano di connessione costante. E forse il tuo amico con lo scotch sulla webcam non è affatto un paranoico fuori di testa: potrebbe semplicemente essere un po’ più avanti nel comprendere le sfide psicologiche e pratiche dell’era digitale.

Quindi la prossima volta che lo vedi armeggiare con un pezzetto di adesivo, invece di ridere, potresti considerare se non sia una piccola abitudine che vale la pena adottare anche tu. Dopotutto, costa zero fatica e ti regala un pezzetto di controllo in più sulla tua vita digitale. E in un mondo dove sembra che tutto ci sfugga di mano, anche un gesto così piccolo può fare una differenza psicologica enorme.

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