Quando un padre si trova davanti ai suoi bambini piccoli e avverte un muro invisibile tra ciò che sente nel cuore e ciò che riesce a esprimere, non sta vivendo una mancanza d’amore. Sta affrontando una difficoltà che diversi psicologi descrivono come una forma di povera alfabetizzazione emotiva o competenza emotiva ridotta, spesso legata a norme di genere che scoraggiano gli uomini dall’esprimere vulnerabilità e tenerezza.
Molti papà si sentono adeguati quando riescono a organizzare la routine quotidiana, portare i bambini puntuali all’asilo, preparare pasti equilibrati. Eppure percepiscono un vuoto, come se stessero costruendo una casa solida ma priva di atmosfera. I figli, dal canto loro, hanno bisogno di questa competenza pratica, ma bramano qualcosa di più profondo: vogliono sapere cosa prova davvero il loro papà, cosa sogna, cosa lo spaventa, cosa lo riempie di gioia. Gli studi sullo sviluppo emotivo mostrano che la qualità del legame affettivo con i genitori influisce sulle future competenze sociali e relazionali dei bambini.
Perché il linguaggio emotivo non viene naturale
La neurobiologia non supporta l’idea che il cervello maschile sia programmato per provare meno emozioni: uomini e donne mostrano una capacità simile di esperire stati emotivi, mentre differiscono per modelli espressivi appresi e per le norme culturali che regolano ciò che è accettabile mostrare. Le ricerche sulla socializzazione di genere evidenziano che i bambini maschi vengono spesso scoraggiati dall’esprimere tristezza e paura e incoraggiati invece a mostrare rabbia o durezza.
Questa eredità culturale crea padri che si sentono a loro agio nel dare istruzioni – “Allacciati le scarpe”, “Finisci la cena” – ma si bloccano quando dovrebbero dire “Mi sento orgoglioso quando ti vedo provare cose nuove” oppure “Anche a me capita di avere paura del buio, sai?”. Gli studi qualitativi sui padri mostrano come molti uomini riportino proprio questa difficoltà nel passare dal registro direttivo a quello emotivo e riflessivo.
Il costo del silenzio affettivo
I bambini costruiscono la loro intelligenza emotiva attraverso il modellamento: osservano come gli adulti significativi nominano, regolano e condividono i propri stati interiori. Il lavoro di John Gottman ha mostrato che i genitori che fungono da allenatori emotivi aiutano i figli a sviluppare migliori capacità di regolazione emotiva e competenze sociali.
Un padre che comunica solo per direttive pratiche trasmette inconsapevolmente che le emozioni non meritano attenzione o che vanno tenute private. A lungo termine, questo stile può contribuire a una minore consapevolezza emotiva e a maggiori difficoltà relazionali. I figli possono sviluppare problemi nel riconoscere e nominare le proprie emozioni in età adulta, tendono a riprodurre pattern comunicativi freddi o poco espressivi nelle future relazioni, e provano un senso di distanza emotiva che persiste anche quando il rapporto pratico funziona. Nei contesti familiari poco espressivi sul piano emotivo aumenta anche il rischio di sviluppare alessitimia, la difficoltà a identificare e descrivere i propri sentimenti.
Costruire un nuovo vocabolario affettivo
La buona notizia è che l’alfabetizzazione emotiva si può apprendere a qualsiasi età. Gli interventi di educazione emotiva rivolti agli adulti e ai genitori mostrano che le competenze di riconoscimento, espressione e regolazione delle emozioni possono migliorare con training mirati. Non serve stravolgere la propria personalità o diventare improvvisamente espansivi: funzionano soprattutto piccole pratiche quotidiane, coerenti e autentiche.
Iniziare dalle emozioni di base
Anziché rispondere “Bene” quando il bambino chiede come è andata la giornata, un padre può allenarsi a essere più specifico: “Oggi ero nervoso per una riunione importante, ma poi è andata meglio di quanto temessi”. Questa condivisione semplice modella il linguaggio emotivo e la capacità di mentalizzare stati interni, competenze che la ricerca collega a un migliore sviluppo socio-emotivo dei bambini. Questa pratica insegna che gli adulti provano paura anticipatoria, che le preoccupazioni possono risolversi, e soprattutto che parlarne è normale.
Verbalizzare durante le attività condivise
Molti padri si sentono più a loro agio nell’intimità spalla a spalla piuttosto che faccia a faccia. Conversazioni più profonde possono nascere mentre si costruiscono torri di mattoncini, si prepara una torta insieme o si passeggia al parco. In questi momenti, senza la pressione del contatto visivo diretto, diventa più naturale dire: “Quando avevo la tua età, questo gioco mi faceva sentire felice. Mi piace rifarlo con te”. Gli studi osservativi sui padri mostrano che molte interazioni emotivamente significative avvengono proprio durante il gioco condiviso e le attività pratiche.

Nominare le emozioni altrui
Un esercizio potente consiste nel fungere da traduttore emotivo per il bambino: “Vedo che stai piangendo. Forse ti senti frustrato perché la torre continua a cadere?”. Questa pratica, chiamata emotion coaching, è stata descritta e studiata da John Gottman e colleghi, che hanno evidenziato effetti positivi sulla regolazione emotiva, sulle competenze sociali e sulla riduzione dei comportamenti problematici dei bambini. Questa modalità aiuta i bambini a collegare sensazioni fisiche e nomi delle emozioni e, contemporaneamente, allena il padre a prestare attenzione agli stati interiori del figlio.
Superare il timore del giudizio
Molti padri temono che mostrare vulnerabilità possa minare la loro autorevolezza. La ricerca sulle relazioni familiari indica che la disponibilità ad ammettere errori, a esprimere emozioni e vulnerabilità è spesso associata a maggior fiducia e qualità del legame, non a minor rispetto. Il lavoro di Brené Brown sulla vulnerabilità, basato su ampi studi qualitativi, suggerisce che le persone percepiscono come più autentici e affidabili coloro che sanno riconoscere i propri limiti e condividere emozioni difficili in modo congruente.
Un papà che dice “Mi dispiace, ho reagito male. Ero stanco e ho alzato la voce” non perde rispetto, ma spesso rafforza il clima di fiducia e sicurezza emotiva in famiglia. Il timore più profondo riguarda spesso il non sapere cosa dire. Ma l’intimità emotiva non richiede eloquenza o formule perfette: numerosi studi sottolineano il ruolo centrale della presenza sintonizzata e del contatto affettivo non verbale nelle relazioni genitore-bambino. A volte basta sedersi accanto al bambino in silenzio quando è triste, mettendogli una mano sulla spalla, e sussurrare: “Sono qui con te”.
Creare rituali di connessione emotiva
I momenti strutturati aiutano chi non ha naturalezza spontanea. Gli studi sugli interventi di educazione socio-emotiva familiare mostrano che rituali semplici e ripetuti facilitano la comunicazione emotiva e la coesione familiare. Il giro delle emozioni a cena permette a ogni membro della famiglia di condividere un momento della giornata in cui ha provato un’emozione specifica. Le storie della buonanotte personalizzate, dove il protagonista affronta paure o sfide simili a quelle del bambino, rappresentano un canale potente per l’elaborazione emotiva infantile. Anche sostituire “Com’è andata?” con domande più profonde come “Qual è stata la parte migliore della tua giornata? E quella più difficile?” favorisce la mentalizzazione e la condivisione emotiva.
Quando cercare supporto professionale
Se la difficoltà nel connettersi emotivamente genera sofferenza significativa, ansia o senso di inadeguatezza persistente, può essere utile consultare uno psicoterapeuta specializzato in terapia familiare o in percorsi di sostegno alla genitorialità. Le linee guida internazionali sottolineano l’importanza di intervenire precocemente sulle difficoltà relazionali genitore-bambino per prevenire problemi emotivi e comportamentali futuri. Non è un fallimento, ma un atto di responsabilità verso se stessi e i propri figli.
Trasformare il proprio modo di relazionarsi emotivamente richiede tempo, pazienza e gentilezza verso se stessi. Ogni piccolo passo – una domanda più profonda, un’emozione condivisa, un abbraccio più lungo – contribuisce a costruire legami emotivi più sicuri. Numerosi studi indicano che la qualità del coinvolgimento paterno, sul piano affettivo oltre che pratico, è associata a migliori esiti emotivi, cognitivi e sociali nei figli. Questi ponti, costruiti con costanza e intenzione, diventeranno parte delle fondamenta su cui i figli edificheranno le loro future relazioni e il loro benessere emotivo.
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